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Paolo Bergamaschi: IL DESTINO DELLA BIELORUSSIA RESTA NELLE MANI DI PUTIN

25.9.2020, La Gazzetta di Mantova - Il Commento

Dzerzinskij è un nome che forse non dice molto al pubblico italiano. Dice moltissimo, però, ai cittadini della Bielorussia e dell'ex Unione Sovietica. Feliks Dzerzinskij fu il primo capo della Ceka, la famigerata polizia segreta che negli anni venti del novecento aveva il compito di eliminare gli oppositori della rivoluzione bolscevica. Furono decine di migliaia le vittime della repressione. Dzerzinskij nacque a pochi chilometri da Minsk. La Ceka fu l'antesignana di quella che, poi, divenne negli anni cinquanta il Kgb. Qualche anno fa, passeggiando una mattina lungo gli ampi viali della capitale bielorussa mi sono imbattuto accidentalmente nel busto di Dzerzinskij. Confesso lo stupore che ho provato nel trovarmi di fronte al monumento di un personaggio così controverso. Non molto distante, al centro di Piazza Indipendenza, campeggia imponente, peraltro, una grande statua di Lenin. Contrariamente alla maggior parte delle quindici repubbliche che facevano parte dell'Urss la Bielorussia non è mai passata attraverso un vero processo di de-sovietizzazione. Aleksandar Lukashenko, salito al potere nel 1994, ha ereditato e rafforzato le strutture dello stato sovietico, compreso quelle più torbide. La stragrande maggioranza delle imprese economiche sono controllate direttamente o indirettamente dallo stato; gli apparati di sicurezza controllano la vita sociale e politica. Come ho sentito, più volte, ripetere nei corridoi delle istituzioni europee la Bielorussia era e rimane uno stato di polizia. Durante i miei brevi soggiorni a Minsk non era difficile notare il solito agente in borghese che stazionava giorno e notte nella hall dell'hotel spiando di traverso gli spostamenti di ognuno dei membri della mia delegazione. Quando, a metà degli anni novanta, ho cominciato a lavorare in Europarlamento l'Ue stava negoziando con la Bielorussia un accordo di partenariato e cooperazione. E' stato uno dei primi dossier di cui mi sono occupato assistendo la relatrice di allora, la tedesca Elisabeth Schroedter. Delle nove ex repubbliche sovietiche del vecchio continente tre, quelle baltiche, fanno oggi parte dell'Ue mentre con le altre le relazioni bilaterali sono regolate da accordi standard di partenariato. Tutte con l'eccezione della Bielorussia. Troppe erano le ombre che coprivano fin dagli inizi il regime di Lukashenko, che aveva vinto le elezioni spacciandosi per tribuno del popolo contro il sistema. Gli accordi promossi dalla Ue includono al punto 2 una clausola che impegna le parti al rispetto dei principi democratici e dei diritti umani. Su questo articolo si sono incagliati i negoziati fra Bruxelles e Minsk. L'Unione Sovietica è morta nel 1991 ma il Kgb in Bielorussia non ha subito alcun ridimensionamento e continua a chiamarsi Kgb operando indisturbato con gli stessi metodi brutali.

Anche domenica scorsa, la sesta di fila dopo le elezioni-truffa del nove agosto, i cittadini bielorussi hanno coraggiosamente manifestato a migliaia nelle principali città del paese reclamando le dimissioni di Lukashenko che pochi giorni prima era volato a Soci, sul mar Nero, per incontrare Vladimir Putin. Senza il soccorso dell'uomo forte di Mosca la sua sorte sarebbe segnata. La sopravvivenza politica di un autocrate è nelle mani di un altro autocrate. In cambio del salvagente russo Lukashenko è disposto a consegnare al presidente russo le chiavi della Bielorussia abiurando l'ultima parvenza di sovranità. "Non è una protesta di carattere geopolitico", continua a ripetere Svyatlana Tsikhanoskaya, la sfidante di Lukashenko riparata in Lituania, per tranquillizzare il Cremlino. Nelle piazze di Minsk, in effetti, non echeggiano slogan anti-russi o si sventolano bandiere europee come in Ucraina nel 2013 durante i mesi della "rivoluzione della dignità" che portò alla tragica rottura con la Russia. Indipendentemente dalle sanzioni dell'Ue, che hanno un'efficacia limitata, il futuro della Bielorussia si decide a Mosca. Spegnere la rivolta per mano della polizia come sta facendo la Cina a Hong Kong o compiacere la piazza abbandonando Lukashenko al suo destino per avviare un piano di riforme politiche. La scelta è legata ai petali della margherita che sta cinicamente sfogliando Putin.

Gazzetta di Mantova, 25/09/2020

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