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Paolo Bergamaschi: Brexit, la separazione difficile tra Londra e Bruxelles

18.6.2020, La Gazzetta di Mantova - Il Commento

A qualcuno, da ragazzo, sarà senz'altro capitato di improvvisare un campo da calcio in un prato per una partita con gli amici con i maglioni e i cappelli appoggiati a terra sulle linee immaginarie di fondo a mo' di porta. Semplice farlo dalle nostre parti, più complicato in montagna durante le vacanze estive. Trovare un terreno piano non è facile; giocare in pendenza rende le cose davvero difficili. "Level playing field" è la formula che i negoziatori europei sono soliti ripetere alla controparte britannica durante le trattative per il nuovo accordo che dovrebbe regolare le relazioni fra Unione Europea e Regno Unito quando il trentuno dicembre di quest'anno terminerà il periodo di transizione e Londra avrà definitivamente tagliato il cordone ombelicale che la lega ancora all'Ue. Significa "terreno di gioco paritario" ovvero regole uguali per entrambe le squadre. Il mercato unico europeo con il venti per cento, circa, di prodotto mondiale lordo fa gola a tutte le principali economie del pianeta. Tutti i paesi scalpitano per ottenere un accesso agevolato delle proprie merci nel vecchio continente. Bruxelles ha concluso accordi commerciali di varia natura con buona parte degli stati del globo. I negoziati, in genere, durano anni e variano a seconda del peso, della consistenza e dell'ampiezza dell'accordo che le parti si prefiggono di raggiungere. Norvegia e Islanda, per esempio, pur non essendo membri dell'Ue fanno parte del mercato unico nell'ambito dell'Area Economica Europea. I paesi dei Balcani Occidentali, che sono candidati all'adesione, hanno sottoscritto con l'Unione accordi di Stabilizzazione e Associazione che li integrano gradualmente preparandoli all'ingresso nello spazio economico continentale. Anche Ucraina, Moldavia e Georgia hanno concluso con Bruxelles impegnativi trattati commerciali che nel giro di qualche anno le porteranno all'inclusione nel mercato interno comune. La profondità delle relazioni con i paesi terzi è commisurata al grado di adozione degli standard europei: più la legislazione di uno stato si approssima alle leggi dell'Ue, maggiori saranno le possibilità di integrazione a livello commerciale. L'approccio di Bruxelles è conseguente. Si vogliono evitare, infatti, situazioni di "dumping" sociale, ambientale e fiscale che potrebbero squilibrare le relazioni avvantaggiando una parte sull'altra. Norme più blande in termini di emissioni, diritti sindacali ignorati, sconti di imposta e aiuti di stato, infatti, creano nel mercato una concorrenza distorta. Quando operi in un unico spazio economico hai bisogno di regole comuni e logica vuole che sia il contraente di minoranza ad adeguarsi a quello di maggioranza.

La crisi pandemica ha sensibilmente rallentato i negoziati fra Unione Europea e Regno Unito che negli ultimi mesi si sono svolti solo in videoconferenza. Mancano pochi mesi alla fine dell'anno e l'ipotesi di concludere un accordo entro il trentuno dicembre è remota. Si fa sempre più consistente lo scenario del "no deal" ovvero che Bruxelles e Londra si separino senza accordarsi su come gestire le future relazioni bilaterali. Il governo britannico, se volesse, potrebbe chiedere di prolungare di un anno il periodo di transizione per dare più tempo alle parti di trovare un'intesa ma l'influente ministro dell'Ufficio di Gabinetto Michael Gove, nei giorni scorsi, l'ha categoricamente escluso. Nonostante gli impegni presi le autorità del Regno Unito non hanno alcuna intenzione di conformare la legislazione britannica che verrà a quella europea. Invocano ostinatamente il diritto di difendere la presunta sovranità ritrovata. Di fatto vorrebbero che l'Unione accettasse la filosofia liberoscambista che consente la libera circolazione delle merci in uno spazio regolato da leggi diverse. Ritornando alla metafora iniziale del campo da calcio in pendenza gli inglesi vorrebbero giocare in discesa lasciando agli europei le fatiche della salita. In caso di "no deal" potrebbe scricchiolare anche l'unione doganale fra l'Irlanda del Nord britannica e l'Eire repubblicana. Il mio ex-collega irlandese Richard, con il quale condivido la passione per il rugby, mi sottolinea come l'emergenza sanitaria abbia evidenziato ancora di più nell'intera popolazione dell'isola l'importanza di lavorare insieme. Rimettere i reticolati fra Dublino e Belfast lacererebbe le cicatrici ancora dolenti di un sanguinoso conflitto concluso con l'accordo del Venerdì Santo del 1998 puntellato dalla comune appartenenza all'Unione Europea. C'è chi dice che la pace non ha prezzo. Non il governo di Londra per il quale è solo un rischio calcolato da sacrificare sull'altare del mercato.

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