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Lo sguardo di Dragan Bursać da Banja Luka: «Sogno la Bosnia libera dall'odio». Intervista a cura di Gabriele Santoro

9.12.2020, Gabriele Santoro, traduzione di Laura Di Marco

 

Intervista al giornalista e scrittore bosniaco Dragan Bursać, insignito nel 2018 del rilevante European Press Prize, che ha riconosciuto il valore del suo impegno non solo intellettuale nel saltare il muro dell’odio e della divisione etnica nella ex Jugoslavia.
A cura di Gabriele Santoro. Traduzione di Laura Di Marco

Bursać, classe 1975, originario di Bosanski Petrovac, si è laureato in filosofia all’università di Novi Sad, dove ha trascorso complessivamente dieci anni dallo scoppio della guerra al dopoguerra, per poi tornare e stabilirsi a Banja Luka, nella quale aveva cominciato il liceo e ha intrapreso dal 1999 l’attività giornalistica. Dopo una lunga e intensa collaborazione con il Buka Portal, è corrispondente ed editorialista per numerosi organi d’informazione fra i quali Radio Sarajevo, due portali di Novi Sad e Podgorica, Al Jazeera Balkans.

 

Nel 1995 viene arruolato dall’esercito della Republika Srpska. Nel libro PTSP Spomenar, non ancora tradotto in italiano, rielabora le lacerazioni delle guerre jugoslave con la capacità di rivolgersi e dialogare con le ferite di tutti. A Banja Luka è in prima linea nel contrasto delle narrazioni che negano gli orrori e le responsabilità del conflitto. A Srebrenica in collaborazione con l’associazione Adopt Srebrenica ha realizzato incontri significativi animati da una duplice prospettiva: mantenere viva la memoria di ciò che è stato e progredire guardando avanti. Il giornalismo d’inchiesta di Bursać tocca la gestione della cosa pubblica delle classi dirigenti al potere dalla fine del conflitto fratricida jugoslavo.

 

L’esito delle recenti elezioni amministrative in Bosnia ed Erzegovina, che da Sarajevo a Banja Luka hanno prodotto dei cambiamenti del quadro politico generale, è l’occasione per un’ampia conversazione sullo stato del Paese nel pieno della pandemia.

 
L'INTERVISTA

 

Il titolo del suo memoir richiama alla sindrome dello stress post traumatico. Quanto condiziona la quotidianità?

«La guerra ha plasmato quattro generazioni in qualsiasi ambito della vita. Dopo venticinque anni la personalità di tutti coloro che l’hanno attraversata in modo diretto e indiretto è ancora influenzata».

 

Che cosa ha lasciato nel conflitto?

«La perdita è stratificata. A livello personale un genitore, due dei miei migliori amici, tanti conoscenti. Nel 1992 è crollato tutto. Ho smarrito l’adolescenza. In guerra sono rimasto ferito».

 

Per lei ha senso la parola etnia?

«No, non ho mai pensato a superare la presunta frontiera etnica. L’etnia non è un confine reale. Non mi sono mai posto la questione, nascendo dalla relazione di un matrimonio cosiddetto misto. Sono cresciuto nella Republika Srpska, figlio di un serbo e di una croata. Ho visto gli effetti dell’ultra nazionalismo: da bambino mi chiamavano ustascia. Tutto ciò non mi ha influenzato».

 

Qual è il clima sociale a Banja Luka?

«Negli ultimi cinque anni la situazione è molto peggiorata. Coloro che hanno una visione cosmopolita e multietnica della società sono ghettizzati. Esistono luoghi in cui risulta impossibile andare, poiché si è considerati persone sgradite. Ci sono ristoranti o altri posti pubblici che è meglio evitare. La mia posizione e i testi scritti a proposito di Srebrenica mi hanno creato alcuni problemi con la polizia, rischiando paradossalmente di essere denunciato. Chi rifiuta la classificazione etnica ha difficoltà nell’accesso alle opportunità di lavoro. Nel concreto è una forma di apartheid. Chi la pensa diversamente non lavora. Io stesso riesco a scrivere da Banja Luka soprattutto per organi di stampa distanti da qui».

Che cosa rappresenta per lei Srebrenica?

«È l’onta più grave, perché il massacro è stato compiuto nel nome del popolo serbo. Non accetto di essere definito dal più grande crimine contro l’umanità che possa essere commesso. Da serbo provo una vergogna profonda per l’accaduto».

 

E a livello più generale in Republika Srpska?

«C’è chi straparla con poca cognizione e chi ha rimosso tutto. La parola genocidio è diventata un tabù. Nei libri scolastici non è menzionata, quando invece è stato compiuto il più grande genocidio dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nelle scuole non si affronta il tema, nonostante l’accertamento dei fatti e la documentazione disponibile. In precedenza i nazionalisti si limitavano a negare la dimensione e la dinamica dell’evento. Oggi lo celebrano: il genocidio è avvenuto, ma sussistevano delle ragioni».

 

L’anno prossimo sarà emessa la sentenza nel processo d’appello a Ratko Mladić. Qual è l’influenza nella vita politica dei criminali di guerra?

«Queste figure continuano a incidere pesantemente nella società. La presenza ingombrante si avverte soprattutto in prossimità delle elezioni ed è responsabilità di qualunque schieramento da destra a sinistra. Il richiamo alle gesta dei criminali di guerra è costante. Si impone una retorica controllata e pianificata che con l’asservimento dei media rende eroe chi non lo è mai stato. Il prodotto di tali retoriche è la manipolazione dei giovani nati dopo il genocidio, che finiscono per venerare personaggi presentati come di elevata statura».

 

Questa retorica è funzionale alla gestione del potere o serve a spiegare la guerra?

«Non si tratta della ricerca di una giustificazione. Le elezioni costituiscono un’occasione per riportare in auge i criminali definiti alla stregua di eroi. Li usano per plasmare un’identità nei giovani. Oggi non esistono riferimenti credibili e grandi figure alle quali richiamarsi. Questo vuoto è colmato dal dissotterramento dei presunti eroi del conflitto venduti con la retorica come simboli».

 

Le elezioni sono un termometro attendibile dello stato della democrazia in Bosnia ed Erzegovina?

«La scarsità di ricambio del personale politico e l’assetto partitico inficiano la libertà di scelta. L’unica opportunità è scegliere il presunto male minore».

 

È possibile determinare il grado di correttezza formale e sostanziale delle recenti amministrative?

«Non mancano le denunce e le evidenze di brogli elettorali. La compravendita di voti è diventata parte del folclore nazionale ed è condizionante. Guardiamo poi il caso di Srebrenica con l’afflusso di votanti dalla Serbia che non hanno mai effettivamente risieduto nella municipalità».

 

Chi ha vinto le municipali a Srebrenica?

«Non disporre ancora dell’esito è assurdo date le dimensioni e il numero dei votanti. Ci sono stati degli arresti per frode elettorale. Non conosciamo il gioco fra le parti politiche e ancora chi sarà il sindaco».

 

Nel complesso quadro istituzionale bosniaco, qual è la rilevanza del voto amministrativo? In passato ha assunto una proiezione nazionale.

«È molto importante, perché rispecchia ciò che accadrà a livello politico generale. Si è delineato uno schema di come probabilmente andranno le cose al voto tra due anni. Dalla fine della guerra queste consultazioni hanno fornito sempre un quadro attendibile».

 

Il cambio del segno politico nelle municipalità di Sarajevo indica una reale incrinatura della SDA di Bakir Izetbegović?

«Ha mostrato senz’altro delle crepe e fratture interne emerse in varie occasioni. Le persone sono stanche delle consuete retoriche populiste che non risolvono i problemi quotidiani. La gente ha cominciato a rendersi conto, anche per gli scandali nell’emergenza della pandemia, a livello locale e nazionale degli affari loschi nella gestione della cosa pubblica anche da parte della classe dirigente di SDA e degli alleati».

 

C’è stanchezza e disincanto nell’elettorato?

«Molti hanno palesato il proprio dissenso restando a casa pur di non rivotare i partiti che conducono il gioco dalla guerra».

 

Sono emersi casi di corruzione connessi alla pandemia e alla sanità. Qual è la situazione?

«Non si può generalizzare, perché la gestione è differita da cantone a cantone. Per gli speculatori salvare le vite è un affare lucroso, ma le persone se ne sono rese conto: dagli affitti dei luoghi da predisporre per gli ospedali Covid all’acquisto a peso d’oro di respiratori rivelatasi non funzionanti. La pandemia ha svelato ciò che è sempre esistito in Bosnia: la gestione clientelare e affaristica degli eventi e del potere. Le persone alle prese con l’emergenza hanno visto concretizzarsi ciò che hanno sempre sospettato sul sistema dei partiti».

 

Le chiedo un ritratto di Draško Stanivuković, classe 1993: da dove emerge il nuovo sindaco di Banja Luka?

«Proviene da una famiglia arricchitasi con la guerra con tutte le domande che derivano da ciò. Non ha completato gli studi universitari. Purtroppo pretendiamo poco dal livello di istruzione dei politici. Si pone come il volto di un nuovo sistema politico. È un populista che gode dell’appoggio essenziale della Chiesa Ortodossa. Usa in modo ossessivo i social network. Trascorre il tempo a posare per selfie con i giovani dei quali ha conquistato il favore».

 

Nel consenso raccolto ha pesato più la volontà di voltare pagina politica rispetto al partito di sistema SNSD di Dodik o le posizioni negazioniste?

«Sì ha inciso l’urgenza di cambiamento, seppure molto relativo, e in parte è un’erosione dell’influenza di Dodik. In realtà nelle urne si è manifestato il desiderio di spingersi ancora alla destra del capo del SNSD. La crisi si tramuta in una ricerca dell’estrema destra. Vukovic nega il genocidio di Srebrenica. È un omofobo».

 

Nel consiglio municipale ha i numeri per imporre la linea da solo?

«No. Serve un accordo nel consiglio di Banja Luka che è pieno degli uomini di Dodik. Non governerà. Si limiterà a promuovere la propria figura in vista delle prossime elezioni, additando il consiglio della immobilità».

 

Quali sono gli sviluppi del caso della morte del giovane David Dragičević e che cosa ha rappresentato nella società?

«In seguito alla morte violenta dello studente ventunenne Dragičević si è creato un movimento di massa, che ha interpretato la necessità di verità e giustizia che assilla la Bosnia. È stato qualcosa di inedito, emerso dalle viscere della società fino a trasformarsi in un movimento politico. La partecipazione elettorale non ha ottenuto tuttavia particolari riscontri. La forza di quella protesta si è esaurita. È difficile stabilire quanto dipenda dall’ingresso nell’arena politica. Possono aver contribuito ragioni ideologiche e la natura stessa di rivolte che raramente poi si strutturano».

 

Da tempo la Bosnia, guidata dalla farraginosa presidenza tripartita, è uscita dal cono di attenzione della comunità internazionale del dopoguerra. All’interno del paese c’è la stessa sensazione?

«Sì, abbiamo la percezione dell’irrilevanza. Ormai si è ricreduto anche chi si riteneva al centro degli interessi strategici mondiali».

 

Cambierà qualcosa con l’elezione del presidente statunitense Joe Biden?

«Notiamo già un diverso movimento e attivismo nelle Ambasciate della Germania e degli Stati Uniti in Bosnia per contribuire alla risoluzione di problematiche interne. Un piccolo segnale è la rimozione dell’intitolazione a Radovan Karadžić di una scuola a Pale. Una rinnovata presenza internazionale infonde coraggio nel paese».

 

A proposito di comunità internazionale e Balcani. Che cosa accade ai migranti lungo la rotta balcanica?

«È una questione enorme, che chiama in correità l’Unione Europea. Tuttavia mi sorprende la scarsa empatia dei nostri popoli, specialmente chi ha vissuto la guerra. Negli anni siamo stati tutti migranti o rifugiati. In ogni famiglia c’è almeno un parente emigrato all’estero in cerca di una vita migliore. Sappiamo che cosa significhi sopravvivere in quelle condizioni, eppure ci limitiamo a rimuovere o reprimere chi è allo stremo».

 

L’autore dell’intervista, Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Ha lavorato per Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno. Dal 2009 collabora con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli. Ha scritto e scrive per Minima&moralia, Il Venerdì di Repubblica e lOsservatorio Balcani – Caucaso.

 

Nel 2020 ha esordito con il primo libro. Il saggio inchiesta La scoperta di Cosa Nostra. La svolta di Valachi, i Kennedy e il primo pool antimafia, pubblicato dalla casa editrice Chiarelettere con la prefazione del procuratore Nicola Gratteri e dello storico Antonio Nicaso.

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