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Giorgio Mezzalira: Migranti, i viaggi della speranza diventano un affare

16.12.2017, Corriere dell'Alto Adige - editoriale

Ibrahim e Abdul sono due ragazzi sbarcati in Italia e finiti in provincia di Bolzano. Si reputano fortunati, campano di lavoretti ed è pur sempre un modo per sopravvivere, non sentirsi inutili o, peggio, bersaglio dell’odio razzista perché nullafacenti. Vorrebbero trasferirsi altrove, andare al nord, almeno fintanto che ritagli di stato sociale resistono in quella parte d'Europa una volta socialdemocratica. Per questo sono partiti dall’Africa occidentale e hanno battuto la strada percorsa da altre migliaia di migranti prima di loro. Quando raccontano del loro viaggio per raggiungere la Libia e da lì l‘Italia, capisci che è un’esperienza di vita marchiata nel profondo. Una sorta di traversata dell’inferno, dove le pene, la violenza subita e i più bassi istinti dell’uomo – quelli tuoi e quelli degli altri – diventano inseparabili compagni di (s)ventura. Su tutto domina il denaro, perché la vita non ha lo stesso valore. Ci sono i soldi che hai racimolato a fatica per partire e quelli che ti mancano a percorso appena iniziato, perché hai dovuto pagare traghettatori, poliziotti e quanti trasformano la tua libertà in un loro business. Anzi, tu in quanto migrante sei il vero business.

Si sono moltiplicate le imprese private di passatori improvvisati che trasportano gruppi da un confine all’altro. “Basta che tu conosci uno in Senegal, che conosce uno in Mali, che conosce uno in Niger” dice Abdul e hai fatto la tua agenzia viaggi. Con quali garanzie è facile immaginarselo. Agadez, città nigeriana nel Sahara, è la cosiddetta mecca della tratta dei migranti, il loro centro di smistamento. E` il nuovo fiorente centro di un’economia emergente, che prospera sulla pelle di questi Poveri Cristi. Appena arrivi, aggiunge Abdul, vieni assalito da decine di persone che ti propongono un passaggio per la tua destinazione.

L’esternazionalizzazione del controllo dei flussi, come efficacemente il settimanale tedesco die Zeit ha definito l'accordo del nostro paese con la Libia, ha ingrossato la presenza di prigioni-lager, camuffate da centri di raccolta. Solo a Tripoli ce ne sono 13 gestite da miliziani di diverse fazioni. Ibrahim racconta di una di queste, che si trova in un’altra località libica, dove anche lui è stato segregato. Lì, le guardie armate che li sorvegliavano hanno messo in scena la finta esecuzione modello Isis di un migrante rinchiuso, per filmarla con il cellulare e spedirla ai suoi genitori in cambio di un riscatto. No soldi, no libertà. Prigione, abbandono, morte. Intanto fuori, la vita di ragazzi e ragazze si vende all’asta e vale poco più di trecento euro. “Entrare in Libia è facile, il difficile è uscire” parola di Ibrahim e di Abdul.

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