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Giorgio Mezzalira: Langer, l’intitolazione divide ancora

2.8.2012, Corriere dell'Alto Adige - articolo

Sono trascorsi 17 anni dalla morte di Alexander Langer, un vuoto che ha la misura dell’eternità per chi ha condiviso con lui le battaglie e l’impegno politico per la pace e la convivenza, un passato che non passa per quanti sono stati suoi convinti e aspri avversari politici. Per parte del vecchio e del nuovo establishment locale l’eredità langeriana è stata, e resta, scomoda; nella galleria dei personaggi storici del nostro 900 Langer continua ad occupare il posto dell’”oppositore” e a fare da controcampo ai padri e ai tutori dell’autonomia, ai Magnago, ai Berloffa, agli Zelger, ai Ferretti. Una figura di sudtirolese “indiviso” difficile da metabolizzare per una società che ha dovuto imparare a crescere riconoscendosi etnicamente e linguisticamente divisa; tra tutte le opzioni possibili quella interetnica non solo non è prevista né ammessa, rappresenta una forzatura nelle logiche della nostra architettura autonomistica. Langer è una figura scomoda anche perché costringe a confrontarsi con gli inceppamenti del complesso e delicato congegno di regolamentazione del nostro sistema di autogoverno, con i limiti che una politica di rigida applicazione delle norme ha dimostrato soprattutto in passato. E in tempi in cui si celebra il 40° del secondo statuto con una ragione congiunturale in più per “difendere” l’autonomia altoatesina dal centralismo statale non risulta facile accostarsi con sufficiente distacco critico ad uno dei simboli della dissidenza sudtirolese.

Negli anni della sua formazione, prima al Franziskanergymnasium poi da studente universitario, Langer aveva imboccato la strada dell’impegno in una prospettiva cristiana, attratto da persone ed esperienze vicine all’idea che la Chiesa e il mondo cattolico dovessero abbandonare il dogmatismo e la dottrina per aprirsi al dialogo con i giovani, alla società contemporanea e ai suoi problemi; erano i tempi del Concilio Vaticano II. Non fu solo una consonanza di pensiero e una vicinanza ideale coltivata con le buone letture, per il giovane Langer si trattò anche di un’esperienza di contatto che gli venne dall’incontro con padre Balducci, don Lorenzo Milani e la sua scuola di Barbiana, don Mazzi e la comunità dell’Isolotto. L’area cattolica dei gruppi “di base”, compresa tra impegno sociale e politico e che aveva scelto come suo campo d’azione le periferie della società del benessere, rappresentò per Langer come per molti altri giovani il terreno di maturazione di una cultura anticonformista, alternativa, “disobbediente”. Il movimento del 68, con la carica ideologica delle nuove attese rivoluzionarie ma anche con la forza di un cambiamento che investiva i modi del fare e del concepire la politica, le forme di aggregazione e che intercettava bisogni diffusi di emancipazione sociale, si offrì come nuova piattaforma per dare forme e corpo ad una nuova società. L’onda lunga giunse anche in Sudtirolo e Langer fu tra quanti contribuirono a promuovere il pluralismo delle idee – si ricordino le esperienze di “skolast”, “die brücke”, “Rote Zeitung” – dentro ad una società locale ripiegata su se stessa e stretta in una sorta di dualismo culturale e di potere che la caratterizzava. Alla fine del 1970 aderì a Lotta Continua, un’organizzazione politica che propagandava la rivoluzione del sistema, ma non predicava l’insurrezione come altri gruppi della sinistra cosiddetta “extraparlamentare” (Potere Operaio). Al suo interno e durante il servizio militare si impegnò soprattutto per la formazione dei Proletari in divisa, gruppo che riuniva soldati di leva sensibili alla democratizzazione dell’esercito, in tempi in cui l’Italia non si poteva dire aliena da tentazioni golpiste. Tornato a Roma nel 1975, dopo essere stato per circa due anni in Germania dove creò una rete di collegamenti con le esperienze di lotta del sindacato e della sinistra tedesca, assunse la direzione del giornale “Lotta Continua”, compito che veniva svolto a rotazione dai redattori per le numerose denunce che il quotidiano riceveva.

Il Sudtirolo del 1978 (anno in cui Langer tornò a Bolzano) era una società attraversata da una “crisi di adattamento” dovuta all’impatto di alcune norme dello statuto (proporzionale e bilinguismo), con una sua componente – il gruppo linguistico italiano – impreparata ad accogliere le ragioni che sancivano la fine della condizione di privilegio di cui aveva goduto in passato. Era una situazione di cui le stesse forze politiche di governo portavano responsabilità e che generava sofferenza sociale, oltre ad ostacolare il percorso di accettazione dei presupposti e dei valori dell’autonomia. Il passaggio cruciale del censimento del 1981 giunse a perfezionare il sistema autonomistico tagliato sulla separazione dei tre gruppi linguistici e certificò chi ne fossero i beneficiari; l’articolazione sociale prevista dallo statuto come assimilabile al modello dell’autonomia sudtirolese risultava - per norma - dalla somma delle comunità linguistiche riconosciute, ma non rappresentava né l’intera società né la sua complessità. Nella dialettica innescata da questo processo che forzava sulla questione identitaria, ebbe ragione e spazio di porsi il problema del riconoscimento di quanti per storia familiare, per coscienza o per scelta si sottraevano alla “conta etnica” perché si sentivano di appartenere a più mondi e rivendicavano una propria soggettività, prima culturale poi politica. L’occupazione dell’ex-monopolio di Bolzano, eletto come spazio di incontro, produzione e circolazione di una cultura interetnica, portò alla luce quest’area del dissenso che raccoglieva soprattutto giovani di tutti i gruppi linguistici, organizzati in associazioni o meno; Langer seppe essere interprete credibile e riconosciuto rappresentante politico di quest’”altro Sudtirolo”.

Le sue battaglie contro le strozzature dell’autonomia, contro l’idea che la politica dovesse correre sui binari della separazione etnica ed essere tutta calata nella logica del “gruppo”, denunciavano il pericolo che il territorio della democrazia finisse per coincidere con quello dell’etnia. Per il blocco di potere Svp-Dc quello langeriano era un attacco ai principi dell’autonomia e, di conseguenza, doveva chiudersi qualsiasi spazio di interlocuzione politica; il marchio di anti-autonomista gli fu attribuito con la stessa facilità con cui Magnago poteva affermare in quegli anni che l’esistenza di un’opposizione è un requisito essenziale di ogni democrazia, ma non è detto che ciò che va bene altrove, vada bene anche qui da noi.

Nella storia locale del 900 Alexander Langer può essere inquadrato come la coscienza critica di una società locale in costruzione, che a fatica con strumenti nuovi e non rodati si è aperta una strada per cercare di crescere e svilupparsi con equilibrio.

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