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Giorgio Mezzalira: Ignoranza brutale e arrogante

18.3.2010, Corriere dell'Alto Adige - editoriale

Caro naziskin, io scrivere con parole facili facili, così forse tu capire. Io leggo su giornali che tu essere “bestia” e “belva”, ma io non credere. Io credere che tu essere ignorante: e ignoranza è grande problema per tutti, anche per me. Perché persona ignorante è persona debole, e persona debole è persona che ha paura, e persona che ha paura è persona che diventa cattiva e aggressiva e fa “bonk” con bastone su testa di poveraccio.

E’ la lunga citazione di un articolo di Michele Serra dal titolo “Ehi, amico tu leggere qui”, apparso su Cuore nel 1992. C’è da chiedersi se una simile lettera, nemmeno modificando più di tanto il destinatario, sarebbe opportuno spedirla anche ai nostri giovanotti, che ingrossano le file dei gruppi della destra xenofoba e razzista. Gli esempi purtroppo non mancano, basti pensare agli ultimi in ordine di tempo, i neonazisti di malga Saltusio e il gruppo “Einwanderungsstop in Südtirol”. Ignoranza in questo caso per niente beata.

Uno strumentario di simboli e slogan da far venire i brividi; parole pesanti, violente, irripetibili quelle usate contro gli immigrati, per gli orrori che ricordano e che non conservano, per molti dei nostri ragazzi, alcuna memoria di ciò che le ha generate. Parole in libertà, decontestualizzate e ricodificate dentro al linguaggio rozzo e arrogante, di chi si parla addosso e poco gli importa di ciò che gli altri possono dire. Non c’entra nulla il discorso, è illusorio, come è illusoria l’identità che i nostri giovanotti pensano di conquistare appartenendo ad un gruppo. Si tratta di quella identità ingannevole che Pennac ha emblematicamente descritto come esperienza in una pagina del suo Diario di scuola: Dove sta il fascino della banda, del gruppo? Nel potervisi dissolvere con la sensazione di affermarsi.

Sono pensieri che forse ci portano lontano dalle contingenze dei fatti di cronaca, ma che ci costringono a guardarci intorno, chiedendoci se e fino a che punto siamo attrezzati per far fronte ad una simile e brutale ignoranza.

Proviamo a prestare attenzione all’uso sempre più frequente della metafora biologica in molti dei nostri discorsi. Sia che si parli di sport, di passione per la cucina o di amore per la propria terra, capita ormai spesso di seguire ragionamenti che finiscono per chiamare in causa il “dna”. Averlo nel proprio dna equivale oggi ad affermare una passione, una appartenenza o una proprietà talmente connaturate, da diventare esclusive e da condividere nella cerchia selezionata dei propri simili. Siamo davvero molto distanti dalla realtà se ci spingiamo a considerarlo come l’espressione idiomatica di una cultura individualista ed esclusivista ormai ampiamente diffusa? E se si condivide una simile lettura, che può fare una comunità educante in un panorama culturalmente desolante?

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