Fondazione Fondazione Bergamaschi Paolo-info

Statuto C.d.A. (Consiglio d'Amministrazione) & Revisori Comitato Scientifico-Garanzia Staff Programma attività Relazioni finali bilanci consuntivi Ich trete bei - mi associo Quaderni della Fondazione bacheca 2005 bacheca 2006 bacheca 2007 bacheca 2008 bacheca 2009 bacheca 2010 bacheca 2011 bacheca 2012 bacheca 2013 bacheca 2014 bacheca 2015 bacheca 2016 bacheca 2017 bacheca 2018 bacheca 2019 bacheca 2020 bacheca 2021 bacheca 2022 Bergamaschi Paolo-info
Mezzalira Giorgio Info memoria adelaide aglietta andreina emeri anna segre anna bravo lisa foa renzo imbeni marino vocci giuseppina ciuffreda José Ramos Regidor clemente manenti simone sechi findbuch - archivio Comunicati Stampa LAVORA CON NOI
RE 2009-giardino dell'Arca (18) Spazio all'integrazione! (12)

Paolo Bergamaschi: Se tra Israele e la Palestina vige la legge della giungla

11.6.2020, La Gazzetta di Mantova - Il Commento

Venti anni fa, in questo periodo circa, l'allora primo ministro di Israele Ehud Barak e il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat si apprestavano a lasciare il Medio Oriente per volare negli Usa su invito del presidente americano Bill Clinton. Destinazione Camp David, nel Maryland, dove per quindici giorni i due leader avrebbero negoziato, con la mediazione statunitense, un piano di pace comprensivo finalizzato a porre termine a un conflitto che da più di cinquant'anni insanguinava la terra dell'antica Palestina e avvelenava le relazioni internazionali. Quello israelo-palestinese a quei tempi era considerato il conflitto per antonomasia, la priorità assoluta della diplomazia planetaria, il fulcro attorno a cui ruotava il fragile equilibrio geopolitico dell'epoca. Fummo a un soffio dallo storico accordo. Il mondo tratteneva il fiato nella speranza concreta che, per usare le parole di John Lennon, si potesse dare una possibilità alla pace. Ricordo le discussioni, a volte convulse, all'interno della galassia pacifista divisa fra chi sosteneva che le proposte sul tavolo fossero insufficienti e chi, io fra questi, riteneva non si potesse mancare all'appuntamento con la storia. Il vertice di Camp David naufragò con uno strascico di polemiche. Fu l'ultimo sforzo concreto di trovare una soluzione complessiva alla questione. Altri tentativi hanno fatto seguito ma senza quella forza e quella convinzione necessarie per preparare un terreno fertile dove la pace potesse attecchire. Vent'anni dopo il conflitto israelo-palestinese è quasi scomparso dal radar della diplomazia internazionale, ormai ridotto a uno dei punti minori dell'agenda politica durante i vertici delle grandi potenze. Nel frattempo la situazione è profondamente mutata. La striscia di Gaza, abbandonata unilateralmente dalle autorità israeliane, è caduta in mano agli oltranzisti di Hamas provocando una frattura ancora aperta nella società palestinese mentre la penetrazione colonica e l'espansione degli insediamenti ebraici hanno irreversibilmente frammentato la Cisgiordania. Chi ancora insiste nell'invocare ossessivamente la formula dei due stati per due popoli che vivono fianco a fianco pacificamente in condizioni di sicurezza reciproca non fa che ripetere un mantra della diplomazia internazionale che rifiuta ipocritamente di fare i conti con la realtà. Il piano di pace presentato a gennaio da Donald Trump conferma, di fatto, che ai Palestinesi non verrà mai concessa l'opportunità di dare vita ad uno stato sovrano degno di tale nome. Le parti più appetibili della Cisgiordania, circa il trenta per cento, secondo la proposta del presidente americano, infatti, dovrebbero rimanere sotto il controllo israeliano. Alla popolazione araba non resterebbe che un lembo di terra in cui arrangiarsi in attesa di una pioggia di finanziamenti che dovrebbero compensare la sottrazione di territorio. Il governo israeliano uscente ha immediatamente appoggiato l'iniziativa americana, non altrettanto, ovviamente, l'autorità palestinese. Anche se nel campo della pace israeliano comincia timidamente a farsi strada l’idea di una qualche forma di convivenza all’interno di uno stato per i due popoli l'annessione da parte di Israele di un'ampia fetta di Cisgiordania è uno dei primi punti del nuovo governo di coalizione che ha da poco ottenuto la fiducia della Knesset. A luglio, secondo voci insistenti, dovrebbe avvenire l'annuncio ufficiale obbligando i principali attori sulla scena mondiale a prendere posizione nei confronti di un atto che sfida e infrange il diritto internazionale. Scontato è il no dei Paesi arabi e della Cina, più sfumata sarà la reazione della Russia, incerta la risposta europea. Diritto internazionale e multilateralismo sono i cardini su cui poggia l'azione esterna dell'Ue. Nel 2014 la decisione di Bruxelles di imporre sanzioni alla Russia dopo l'annessione della Crimea fu un atto di coerenza in linea con i principi su cui si fonda l'Unione. Logica vorrebbe che anche nei confronti di Israele si applicasse la stessa ricetta. Senso di colpa e debolezza strutturale, tuttavia, paralizzano l'Europa. Per ragioni storiche vi sono paesi come la Germania che non osano mettersi contro Israele; la regola dell'unanimità in politica estera, inoltre, concede ai Paesi Membri il diritto di veto. E' stata l'Ungheria, per esempio, nel 2017 a bloccare una posizione comune sul trasferimento dell'ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Ed è stata ancora l'Ungheria con la Cechia a impedire una presa di posizione europea sul piano di Trump. Ma se nessuno chiede il rispetto del diritto internazionale cosa resta? La politica dei due pesi e due misure, cioè la legge del più forte. In parole povere la legge della giungla.



pro dialog