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Simone Zoppellaro: Nagorno-Karabakh, le ferite profonde di una terra di nessuno. La necessaria mobilitazione per un cessate il fuoco duraturo

29.9.2020, Il Manifesto 29-9 + Gariwo 12.10 -

Pogrom e rivendicazioni territoriali. Alle radici del conflitto tra azeri e armeni in una regione ricca di storia e umanità. Dal «nero velluto della notte sovietica» ai fragili accordi del ’94, una storia irrisolta

Visitando nel 1931 Shushi, cittadina del Karabakh segnata anni prima da un pogrom anti-armeno, Osip Mandelshtam, fra i massimi poeti russi del secolo scorso, ci ha lasciato testimonianza in alcune pagine strazianti di come la traccia di queste violenze, di poco precedenti l’annessione del territorio all’Urss, fosse ancora viva.

«LA MONTAGNA DELLE LINGUE» – così gli arabi chiamavano il Caucaso nel Medioevo – è da sempre una terra plurale da un punto di vista etnico, religioso e linguistico. Se è indubbio che, ancora in epoca sovietica, la bilancia demografica in Karabakh pendesse nettamente da parte armena, sarebbe riduttivo e forse inutile declinare la pluralità di innesti che compongono la sua storia e cultura affidandoci agli standard degli attuali e contrapposti nazionalismi.

Visitandolo, si possono scoprire ancora oggi tracce di una contaminazione profonda fra la cultura persiana e quella russa, insieme naturalmente a quella armena e turco-azera. Un territorio, questo, affidato da Stalin all’Azerbaijan, nell’intento di rafforzarlo in quanto possibile avamposto per l’esportazione della rivoluzione in Turchia. La questione del Nagorno-Karabakh, rimasta a lungo sepolta sotto «il nero velluto della notte sovietica», per citare un verso dello stesso Mandelshtam, riemerge in tutta la sua violenza nell’epoca di contraddizioni e aperture della Perestrojka.

A una petizione fatta giungere a Mosca nel 1987 firmata da decine di migliaia di armeni del Karabakh che chiedevano la secessione dall’Azerbaijan, ancora repubblica sovietica al pari dell’Armenia, seguono una serie di proteste in Armenia, in Karabakh e anche in Azerbaijan, che sfoceranno presto in una serie di massacri (fra cui il pogrom anti-armeno di Sumgait). A queste, seguiranno le espulsioni di massa delle diverse minoranze dai due paesi e, infine, la guerra.

UN CONFLITTO, QUESTO, che costerà la vita di oltre 30 mila persone, in un confronto armato effettuato con una povertà assoluta di mezzi, riducendo la regione intera in uno stato di povertà estrema. Fra gli episodi più cruenti, avvenuti dall’una e dall’altra parte, ricordiamo il massacro di Khojaly, che costò la vita di centinaia di azeri.

A vincere, senza però mai giungere un accordo di pace, saranno gli armeni che occuperanno l’intero territorio ed alcune piccole regioni adiacenti, auto-costituendosi in una repubblica, quella del Karabakh, non riconosciuta da alcuno stato al mondo, neppure dalla stessa Armenia.

Il cessate il fuoco (non si andrà mai oltre, purtroppo) del 1994 risulterà un accordo fragile, continuamente violato, che finirà per nutrire i contrapposti nazionalismi, fra una corsa al riarmo e proclami bellicosi cui, fin troppo spesso, sono seguiti scontri e violenze. Fra le decine di escalation di questo ultimo quarto di secolo, la più feroce si è avuta nell’aprile 2016. Centinaia i morti per un’avanzata territoriale, da parte azera, di assai modeste dimensioni.

FRA I TANTI EFFETTI di questo episodio, ribattezzato nella regione come la «guerra dei quattro giorni», vi è senza dubbio l’indebolimento della leadership armena dell’ex presidente Serj Sargsyan, che ha portato alla rivoluzione di velluto, nonviolenta e infine vittoriosa, del 2017. Questo mentre in Azerbaijan una sola famiglia, quella degli Aliyev, si è mantenuta al potere quasi ininterrottamente dal 1969 ad oggi, costituendosi in una dittatura fra le più stabili e durature del nostro tempo. Ma neppure la nuova leadership di Nikol Pashinyan, capo carismatico di quella rivoluzione, si è rivelata un fattore capace di incidere sulla stagnazione del processo di pace.

IL NAGORNO-KARABAKH resta così sospeso fra le rivendicazioni contrapposte, anche in termini giuridici, di integrità territoriale (Azerbaijan) e del principio dell’autoderminazione dei popoli (Armenia). Una terra di nessuno, in termini politici, ma ricca di umanità e di storia, in un contesto segnato da ferite profonde (il genocidio armeno, in primis) ma anche dall’interferenza di Russia e Turchia – quest’ultima assai attiva negli ultimi scontri.

Restano, in tutto questo, centinaia di migliaia di profughi e sfollati azeri e, in misura minore, armeni, che non sono più potuti rientrare nelle loro case. E resta soprattutto un conflitto che, a quasi trent’anni dal suo inizio, è ancora lontano da una qualsiasi prospettiva di pace.

Da Gariwo 12 ottobre: In Karabakh si prepara un genocidio

Quando, nei primissimi giorni di guerra, il governo armeno ha iniziato a descrivere come un tentativo di genocidio l’aggressione turco-azera al Karabakh iniziata il 27 settembre, non nascondo di aver provato una punta di irritazione. Occupandomi da anni, come giornalista, di alcune delle declinazioni storiche dell’intuizione del giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, non amo quando si abusa di questo termine. Troppo grande la memoria della Shoah, quella del genocidio armeno del 1915, troppo recente le ferite di Srebrenica e di quello yazida, perché si possa pensare di utilizzarlo fuori dal suo contesto, che è in primo luogo giuridico, non emotivo. Come voleva Lemkin, appunto, che coniò termine e concetto.

Ammetto di aver sbagliato. Avendo seguito una dopo l’altra, dal 2014 ad oggi, le escalation che si succedono in Nagorno-Karabakh, ho pensato all’inizio che si trattasse di una delle tante piccole, anche se atroci battaglie fra azeri e armeni che lasciano sul campo pochi caduti, per poi precipitare nel silenzio. Ho sbagliato, come ho forse sbagliato anche nell’aprile 2016, quando gli armeni parlavano dell’impiego di mercenari jihadisti nella strage di Talish, dove sono stato due volte, di cui la prima nel maggio di quell’anno, vedendo, casa per casa, le tracce di quella violenza.

Mi sono sempre rifiutato, fino allo scoppio di quest’ultima guerra, di crederlo e scriverlo, ritenendolo un espediente della propaganda. Oggi so di aver compiuto forse un errore, allora, dato che pochi giorni prima di questo 27 settembre il sito di informazione Al Monitor aveva già dato notizia di un loro arrivo dalla Siria all’Azerbaijan, grazie al supporto del governo di Erdogan. Lo riporta anche il Guardian, con dovizia di particolari, e lo ammettono ormai apertamente anche diverse cancellerie occidentali.

Avendo letto lo splendido lavoro dello storico Norman Naimark (Genocide: A World History, purtroppo mai tradotto in italiano), sono consapevole di quanto l’idea di Lemkin sia una costante storica che parte dai primi secoli di storia documentata dell’uomo arrivando al nostro presente. Ed eccolo qui, di fronte a noi: un nuovo possibile genocidio. Nell’indifferenza generale, oggi come ieri. Lo stiamo vedendo in questi giorni in Karabakh, per tanti, troppi indizi, anche se l’irreparabile, forse, può ancora essere scongiurato. Ma solo se si agirà adesso.

Certo è che una pulizia etnica (per chi sappia, per chi voglia vedere) è già in atto, fra la complicità e il silenzio della larga parte della comunità internazionale. Ritorna periodicamente in auge il dibattito se la Turchia debba o meno entrare in Europa. La verità è che Ankara, insieme al suo alleato azero, in Europa ci è già: lo si vede con chiarezza in questi giorni. Lo si vede quando Di Maio, mentre gli armeni sono sotto assedio a Stepanakert, ringrazia pubblicamente la Turchia. Lo si vede quando il Vaticano balbetta o tace, provocando la furia, non solo di tanti cattolici armeni, ma anche di molti semplici credenti. Lo si vede nei tentennamenti di Bruxelles e di Washington, fra condanne generiche e una neutralità di facciata che, lo sappiamo fin troppo bene, è l’arma più potente nelle mani dei carnefici.

Lo si vede nelle redazioni (RAI, Repubblica, Euronews, fra le tante) che pubblicano, dopo la prematura fine del cessate il fuoco umanitario concordato a Mosca, false accuse di una violazione da parte armena, citando unicamente l’attacco (reale, certo) a Ganja, in Azerbaijan. Peccato solo che prima di quel momento in Karabakh, per la prima volta dall’inizio della crisi, fosse arrivata un’orda di giornalisti internazionali finita anch’essa sotto le bombe. Troppa fatica interpellarli? Non scherziamo. Come racconta chi, come Daniele Bellocchio e Roberto Travan, si trova lì da oltre una settimana, si è trattato forse della notte (e del giorno) peggiore, per intensità di bombardamenti e scontri. E colpi e attacchi non erano mancati in precedenza. Ancora una volta, manca del tutto un equilibrio fra realtà e rappresentazione.

Notizie che non passano, come non passa il messaggio, chiaro e inequivocabile per chi si trova lì oggi, che Stepanakert è una nuova Sarajevo, stretta d’assedio e colpita, ora dopo ora, da potenze soverchianti e spietate, guidate dalla ferocia criminale di due dittature, quella azera e quella turca, che si sentono forti del silenzio e della complicità delle nostre belle democrazie umanitarie.

Oltre la metà della popolazione del Karabakh è fuggita, la restante parte sopravvive (ma per quanto, ancora?) rinchiusa in rifugi antiaerei, notte e giorno, terrorizzata e esausta. Centinaia, o migliaia i morti (tanti i dispersi e i caduti ancora da conteggiare, come si ammette ormai apertamente). Gli armeni, comunicati ufficiali a parte, hanno perso posizioni importanti, non hanno i numeri né la forza per poter resistere a lungo a questo assedio. Una pulizia etnica è già in atto, sotto i nostri occhi. E non è lo scenario più inquietante: la realtà è che, dietro l’angolo, è pronto un nuovo genocidio.

Un genocidio la cui data di inizio potrebbe essere già alle nostre spalle: quel 27 settembre in cui è iniziata questa guerra, che si fa più spietata e disumana ogni giorno che passa, ogni ora. Per attuarlo, basterebbe che le truppe azere rompessero le linee del fronte, che si trovano a una manciata di chilometri da Stepanakert. Per attuarlo, non manca la bassa manovalanza di miliziani siriani pagati e inviati a fare del Karabakh un inferno. Per attuarlo, ci sono tutti i presupposti politici, diplomatici, economici e energetici che fanno pendere l’ago della bilancia tutto da parte azera e turca.

Sarà (o è già) una pulizia etnica o un genocidio. Tertium non datur. L’unica cosa che – chi conta in questo scenario d’orrore, chi ha potere e influenza in Italia e in Europa – può chiedersi è la seguente. Una cosa che può e deve chiedersi anche ognuno di noi, nella sua coscienza. Ancora una volta, sapevamo. Che cosa abbiamo fatto per impedire un nuovo genocidio contro gli armeni?

Inoltre:

Paolo Bergamaschi: La guerra dei separatisti e la lunga mano di Mosca
https://www.alexanderlanger.org/it/1075/4701

 

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