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Anna Bravo: La resistenza e la cura

1.4.2002, Una Città, nr.103

Ho pensato molto a quale contributo poteva dare la storia a un percorso
formativo complicato e delicato come quello da offrire a persone che vanno
in situazioni difficili, di guerre civili e di guerre contro i civili; mi e'
sembrato possibile presentare alcune riflessioni sulle forme di reazione
sociale all'occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale.
La seconda guerra mondiale e' la prima che si puo' definire guerra contro i
civili, per i bombardamenti a tappeto sulle citta', per le violenze e le
rappresaglie di massa, e prima ancora per le deportazioni e per i
giganteschi spostamenti di popolazioni. Nel Terzo Reich ci sono la
deportazione degli ebrei e degli zingari, le deportazioni per motivi
politici, e i grandi spostamenti di popolazioni destinate al lavoro coatto
nell'economia di guerra. In Urss prima e durante la guerra, gruppi nazionali
non russi come ceceni, tatari, ingusci, turchi, giudicati di "dubbia
lealta'" o accusati in massa di aver collaborato con i nazisti, sono
deportati quasi per intero, sia per "russificare" le loro terre sia per
avere a disposizione forza-lavoro semicoatta per l'industria di guerra.
*
C'e' un altro elemento che mi incoraggia a parlare della seconda guerra
mondiale e riguarda il Kosovo, dove la resistenza nonviolenta condotta dalla
Lega democratica di Rugova e' durata parecchi anni, senza che mai trovasse
spazio sui media e considerazione adeguata sul piano internazionale. Ci si
e' accorti del Kosovo solo quando e' iniziata la lotta armata, e a quel
punto Rugova e' stato emarginato.
Se si fossero conosciute le tante forme di resistenza civile o non armata
(le due parole grosso modo si equivalgono) che ci sono state nell'Europa
sotto dominio nazista, forse si sarebbe prestata piu' attenzione
all'esperienza kosovara, unica, fra l'altro, nella situazione balcanica.
Invece non c'era conoscenza, non c'era un orizzonte simbolico che facesse
capire come fosse importante. Qui anche la storiografia ha i suoi torti. Se
si fosse creata una memoria condivisa capace di valorizzare quella
resistenza, forse anche in Kosovo si sarebbe potuto fare qualcosa prima che
la situazione degenerasse. Tanto piu' che ci sono delle parentele fra alcune
pratiche adottate nei paesi occupati dal Terzo Reich e altre messe in atto
dalla societa' civile per esempio in Kosovo, in Afghanistan e anche in Sud
Tirolo nel periodo fascista.
Intendo la societa' come luogo dell'associarsi delle persone in tante forme,
che esprimono e producono liberta', ma contemplano anche ambivalenze e
conflitti. Le identita' collettive, comprese quelle etniche, che
dall'esterno sembrano un tutt'uno, sono segnate da conflitti interni che,
per fortuna, portano a cambiamenti di idee, di mentalita'. Societa' quindi
come insieme di attori collettivi, di complesse strutture di coesione.
Schematicamente, se ne possono indicare due tipi, uno formalizzato, l'altro
informale. Il primo sono le associazioni di persone che si danno un nome,
uno statuto e si riuniscono intorno a una ragione sociale che puo' essere la
piu' varia, dalla cultura all'assistenza, allo sport e quant'altro. Per
esempio la Germania pre-nazista era un pullulare di organizzazioni di base
di questo tipo, dalle corali alle filarmoniche, alle bocciofile, alle
societa' di storia locale, alle associazioni di mestiere. La seconda forma,
molto piu' fluida, e' quella dei reticoli familiari, amicali, parentali, di
quartiere, di vicinato.
Tutte e due queste strutture della coesione sociale hanno in comune un
radicamento locale forte e la presenza di un solo obiettivo, o di obiettivi
circoscritti, a differenza dei partiti che chiedono un'adesione a una linea
complessiva. Tutte e due hanno una funzione particolarmente importante
durante le emergenze e le guerre, in generale quando lo stato vive una
crisi; e in queste circostanze si puo' cogliere con piu' chiarezza quel loro
carattere ambivalente, progressivo sotto certi aspetti, regressivo per
altri.
In ogni caso sono forme vitali, che hanno contato e contano nel farsi della
storia. Non e' vero che la storia va avanti secondo processi economici o
decisioni a livello di alta politica. Reti familiari e di tipo etnico hanno
avuto un grande peso nel determinare i tempi del mutamento sociale: in Usa
nella prima fase del taylorismo, per esempio, spesso le fabbriche assumevano
non secondo i criteri attitudinali, ma tenendo conto dei legami "etnici"
degli operai immigrati.
*
Quanto fossero importanti le strutture della coesione sociale lo dice
innanzitutto il modo in cui sono state trattate dai totalitarismi. La prima
cosa che fanno i nazisti quando salgono al potere e' distruggere
completamente queste realta', sciogliendole di forza, o nazificandole, ossia
assimilandole nelle organizzazioni di massa per il tempo libero del partito
nazista. Anche per quanto riguarda la seconda tipologia - le reti di
relazione - c'e' il tentativo di penetrazione spionistica, che magari non
riesce totalmente, ma basta a seminare quella sfiducia reciproca che non
permette piu' di parlare tranquillamente con gli amici e persino nella
famiglia. In Urss c'e' un processo simile: lo stato, il partito-stato azzera
tutte le realta' associative e comunitarie tradizionali, e gia' all'indomani
dell'ottobre azzera anche, svuotandoli o sciogliendoli brutalmente, i tanti
comitati e associazioni - di inquilini, di massaie, di caseggiato, di
mestieri - nate tra febbraio e ottobre nel fervore del mutamento.
In Italia, la situazione e' un po' diversa perche' il fascismo deve
patteggiare molto con i centri di potere preesistenti, innanzitutto con la
chiesa cattolica. Il partito fascista neanche lontanamente avrebbe potuto
pensare di azzerare le organizzazioni dell'Azione cattolica.
I totalitarismi temono le strutture della coesione sociale perche' sono i
luoghi delle relazioni fra persone, quelle relazioni che possono produrre
l'imprevisto nella storia. Sono luoghi in cui ci si parla, ci si confronta,
si possono avere delle idee diverse da quelle dominanti.
Pero' sono anche luoghi del conformismo di gruppo, qualsiasi gruppo ne ha in
se' i germi, sono luoghi dove si e' esercitata e si esercita anche la
violenza.
Sta di fatto che nell'Europa occupata queste realta' hanno avuto un ruolo
primario in quella che un importante studioso francese, Jacques Semelin,
chiama "resistenza civile"; la chiama cosi' perche' nasce dalla societa',
dai cittadini, ed e' una resistenza non violenta, ma non sempre: ci sono
azioni non armate, soprattutto di donne, in cui si usa la massa d'urto dei
corpi, come quando si assaltano i magazzini di viveri.
Queste innervature di base della societa', sia di tipo associazionistico,
sia di tipo familiare, parentale, di mestiere, anche di bar se volete, sono
decisive per impedire al nazismo di esercitare pienamente la sua volonta' di
dominio sulla societa' civile, di sfruttamento di tutte le sue risorse,
comprese quelle umane; sono decisive per far si' che ci siano degli
ostacoli, che le cose non possano funzionare come loro vorrebbero; con
differenze fra situazione e situazione, fra paese e paese, anche in
relazione alla diversita' dei piani riservati da Hitler alla loro
popolazione.
*
Vi faccio l'esempio della Polonia, primo stato ad essere invaso, uno stato
che Hitler, nei suoi piani del Reich millenario aveva destinato al lavoro
servile, a essere una sorta di colonia che facesse il lavoro grezzo, bruto.
La pratica applicata nei confronti del popolo polacco era sfruttarlo sul
piano economico, depotenziarlo anche demograficamente, ma soprattutto
decapitarlo culturalmente, assassinando intellettuali e membri della classe
dirigente, e poi impedendo la formazione della futura classe dirigente. Ecco
perche' i nazisti distruggono le scuole, ecco perche' una delle azioni piu'
ammirevoli della resistenza polacca e' l'organizzazione di scuole
clandestine che vanno dalle elementari fino all'universita' in modo che, a
guerra finita, la Polonia possa avere una sua classe dirigente.
Qui, e non e' una forzatura, viene immediatamente da pensare alle scuole del
Kosovo, che la Lega democratica aveva organizzato a tutti i livelli ovunque
fosse possibile, magari nelle case, in modo che ci fossero scuole dove si
parlava la lingua della maggioranza della popolazione, sia per continuare a
formare i quadri dirigenti, sia per garantire l'istruzione di base a tutti.
Mi viene in mente l'Afghanistan, dove c'erano gruppi di donne che
organizzavano scuole clandestine per le bambine, non solo nei campi profughi
in Pakistan, ma anche nel paese. Mi dicono che in questa zona, in Sud
Tirolo, quando il fascismo, con il suo nazionalismo razzista e aggressivo,
voleva estirpare la lingua tedesca, c'erano le Katacomben Schulen, in cui si
dava l'istruzione che non si sarebbe ricevuta nella scuola statale
fascistizzata.
Tutto questo fa capire come tra le potenze occupanti e la popolazione si
creasse spesso un contenzioso diretto; come la societa' non fosse soltanto
il contorno della lotta armata; come il territorio della resistenza non
fosse soltanto quello dove si combatteva con le armi. Fra queste forme di
resistenza civile, ce n'e' una particolarmente "alta", bella, commovente, ed
e' la cura di chi e' in pericolo, di chi ha bisogno. Dico cura per indicare
un accudimento, una sollecitudine verso le persone in difficolta', che non
sempre e' legata a solidarieta' preesistenti o a convinzioni politiche,
ideologiche o religiose. Una cura che nasce piuttosto dall'incontro tra una
persona e la vulnerabilita' dell'altra, proprio dall'incontro faccia a
faccia, occhi negli occhi. E' un altro imprevisto che fa paura ai
totalitarismi, che non a caso puntano a isolare i perseguitati in modo da
impedire contatti da cui possa scattare il desiderio di fare qualcosa per
l'altro. La cura e' un concetto associato molto al femminile, pero' bisogna
dire che nei gruppi che si occupano di nascondere, di far scappare le
persone ricercate c'e' anche una forte presenza maschile.
*
Anche queste pratiche di aiuto sono diverse da fase a fase, da paese a
paese. Nella protezione degli ebrei, banco di prova della resistenza civile,
si vedono bene le differenze fra i tre paesi abitualmente considerati
"amichevoli", la Danimarca, la Bulgaria, che pero' su questo punto ha una
storia troppo particolare per parlarne qui, e l'Italia che, a mio avviso,
negli ultimi tempi sta un poco esagerando nel rivendicare i propri meriti.
La Danimarca era un paese di tradizione democratica, con sentimenti civici
forti e un alto livello di identificazione nelle istituzioni, e visse una
situazione sul filo del rasoio per tutta la guerra: il governo non si oppose
militarmente all'ingresso dei nazisti, ma siglo' un protocollo in cui si
impegnava a fornire alla Germania delle risorse soprattutto economiche, in
cambio dell'assicurazione formale che gli occupanti non avrebbero mai
toccato le leggi e la costituzione danese, vale a dire i valori democratici
di quel paese.
Inizia cosi' un lungo braccio di ferro tra governo danese e nazisti: i
danesi tergiversano quando si tratta di consegnare merci o viveri, ma,
soprattutto, si oppongono fermissimamente all'emanazione di qualsiasi misura
razzista contro gli ebrei in nome del fatto che, sancendo la costituzione
danese l'uguaglianza dei cittadini, qualsiasi norma discriminatoria
l'avrebbe violata. Si arriva a un punto di frizione tale che la solidarieta'
popolare e la fermezza del governo hanno un effetto demoralizzante sui capi
nazisti e Hitler e' costretto a sostituirli. Hannah Arendt ne La banalita'
del male parla quasi di un contagio del bene: i nazisti non riuscivano ad
essere abbastanza efferati in una societa' che stigmatizzava il razzismo.
Sta di fatto che a un certo punto i tedeschi prendono in mano la situazione
e cominciano i primi arresti e le prime deportazioni degli ebrei. E qui si
apre un altro scenario imprevisto, una cosa mai successa, il fatto che la
grande maggioranza di un popolo con le sue istituzioni, con le sue
associazioni e i suoi singoli cittadini, si organizza per portare in salvo
in Svezia i "suoi" seimila ebrei. Portarli in salvo con delle navi - piu'
facilmente con delle barche - voleva dire avvertirli segretamente, riunirli
segretamente, trovare soldi per le navi o per le barche, traghettarli,
trovar loro una sistemazione dall'altra parte. Questa operazione riesce. E'
il piu' grande episodio di salvataggio di tutta la storia della persecuzione
antiebraica.
L'Italia e' un paese molto diverso, che l'8 settembre esce da vent'anni di
un regime che ha frantumato l'opposizione e fascistizzato le strutture della
coesione sociale. I partiti di opposizione sono debolissimi, quelli che non
hanno scelto l'esilio, come il partito comunista, sono stati falcidiati
dalla repressione. L'Italia poi e' un paese dove non c'erano forti
sentimenti civici e dove se c'era qualche barlume di identificazione con le
istituzioni era stato spazzato via dalla fuga del re. Il nostro non e' il re
di Danimarca, che e' presente, attivo e ha posizioni molto rigide, in
particolare sul razzismo.
Anche in Italia una parte della popolazione si sforza di dare aiuto, sebbene
forse non sia ampia come si dice oggi. Ma le "strutture" di salvataggio sono
spesso costituite di un individuo solo, con una piccola rete di aiutanti;
sono i religiosi che accolgono nelle sacrestie, nei conventi; sono alcuni
comandanti militari delle zone occupate dall'Italia - in Francia, in
particolare questi alti ufficiali, pur essendo legati al governo fascista,
fanno scelte diverse, e per una serie di motivi complessi ai quali pero' non
e' estraneo l'umanitarismo, cercano di non emanare o di non applicare le le
misure contro gli ebrei. Poi ci sono delle persone "comuni"; basta fare il
nome di Perlasca, che comune non e' per la sua azione, ma comune e' per la
sua origine sociale, la sua caratterizzazione culturale; e' un uomo come
tanti. Su scala molto piu' piccola poi ci sono uomini e donne che nascondono
le persone, per esempio medici che le ricoverano negli ospedali facendole
passare per malati, donne che fanno passare un bambino ebreo per proprio
figlio.
Un grande ruolo, in Italia, ce l'hanno proprio le reti familiari, parentali,
di quartiere e di vicinato, dove la fiducia reciproca consentiva di creare
percorsi molto fluidi, in cui alcuni ricercati passano da un luogo all'altro
seguendo i fili di queste reti. A volte ad agire sono intere comunita': in
una valle piemontese, in un paesino che si chiama Ror?, per due anni vivono
in segreto delle famiglie ebree e tutti lo sanno. Il paese viene
rastrellato, ma nessuno le tradisce. Va reso onore a questi gruppi e persone
che, a rischio di vita, a rischio di deportazione, proteggono e salvano.
*
Va detto che pero' a guerra finita, queste realta', comprese quelle
familiari e comunitarie, possono rivelare il loro aspetto violento, feroce,
patrocinando vendette private e spacciandole per azioni politiche, oppure
esasperando la propria vendetta politica contro alcuni, o legittimando le
rese dei conti. Altre volte riescono invece a disinnescare la violenza; per
esempio, qualcuno del paese garantisce per quel tale fascista che ha aderito
a Salo', ma non si e' macchiato di crimini, e riesce cosi' a salvarlo,
perche' magari il capo della formazione partigiana locale e' un parente, un
amico, uno che si conosce; in questi casi spesso il ruolo delle donne e'
decisivo. Insomma, da queste strutture puo' dipendere il salvataggio di
alcuni e la morte di altri, e la fisionomia del dopoguerra.
L'ambivalenza si manifesta ovunque, non solo in Italia. In Danimarca le
strutture della coesione sociale svolgono un'azione di straordinaria
civilta', ma a guerra finita fanno cio' che a me sembra molto poco civile:
mettono in un unico fascio le collaborazioniste donne, che c'erano, le
ragazze che si erano innamorate di un soldato tedesco e le donne che si
erano prostituite per ragioni di sopravvivenza, considerandole tutte
traditrici della nazione e sottoponendole tutte, indiscriminatamente, a
umiliazioni e violenza. Le strutture sono le stesse o dello stesso tipo, e
su un aspetto si mostrano altamente civili, su un altro appaiono portatrici
dell'ideologia vecchia e mortifera per cui l'onore nazionale si identifica
con l'onore sessuale, misurato su quello che fanno o non fanno le donne.
Insisto, oltre che sull'ambivalenza, sulle donne, perche' in molti posti
dove andrete ci sono tensioni e guerre di tipo "etnico", e uno degli aspetti
principali delle "identita' etniche" e' lo statuto assegnato alle donne sul
piano simbolico, sociale, familiare, politico; e' uno dei massimi terreni di
scontro fra "etnie", ma lo e' anche al loro interno. Per questo il discorso
sul rispetto delle culture locali e' un punto di principio necessario, ma
che non mi sembra basti a orientare i comportamenti: assistere in silenzio a
gesti aggressivi contro una donna, per esempio, non vuol dire
automaticamente rispettare una cultura, puo' voler dire che se ne sta
legittimando una parte, la peggiore, e sacrificandone un'altra.

ANNA BRAVO: LA RESISTENZA E LA CURA
[Estratto dalla rivista "Una citta'", n. 103, aprile 2002 (disponibile
anche nel sito: www.unacitta.it), riproponiamo ancora una volta il seguente
intervento di Anna Bravo, li' puibblicato col titolo "La resistenza e la
cura. Uno sguardo su donne e uomini nelle guerre contro i civili. Esperienze
storiche"]

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