Fondazione Fondazione anna bravo

Statuto CdA - Revisori Comitato Scientifico-Garanzia bacheca 2005 bacheca 2006 bacheca 2007 bacheca 2008 bacheca 2009 bacheca 2010 bacheca 2011 bacheca 2012 bacheca 2013 bacheca 2014 bacheca 2015 bacheca 2016 bacheca 2017 bacheca 2018 bacheca 2019 bacheca 2020 bacheca 2021 Bergamaschi Paolo-info Mezzalira Giorgio Info memoria adelaide aglietta andreina emeri anna segre anna bravo
lisa foa renzo imbeni marino vocci giuseppina ciuffreda José Ramos Regidor clemente manenti simone sechi Programma attività bilanci consuntivi Relazioni finali findbuch - archivio Quaderni della Fondazione Comunicati Stampa
RE 2009-giardino dell'Arca (18) Spazio all'integrazione! (12)

Anna Bravo: recensione del libro di Luca Rastello "I buoni"

1.4.2013, La Repubblica

 

Davvero si può rispondere alla severità di Rastello verso un pessimo esempio di associazione non profit con l'argomento che siamo tutti un impasto di pulsioni opposte, e chi sono io per giudicare? tutti pedine di un'eterna partita tra il bene e il male con il potere come deus ex machina?

Alcuni recensori hanno pensato di sì, e guadagnato ascolto nell'opinione pubblica. A me pare di no. Raccontando scorci di vita di una vasta e influente organizzazione, I Buoni affronta il bene, il male, il potere nelle forme molto terrene e specifiche che assumono oggi, in una fase in cui i bisogni crescono e crescono gli aventi diritto, mentre lo Stato delega troppa parte dei suoi compiti di accoglienza e cura a una rete di enti privati detti "di utilità sociale". I Buoni chiama in causa il qui e ora, non Dostoevskij, anche se lo si trova in esergo e in qualche tentazione didascalica.

La narrazione parte dal sottosuolo di una città dell'est Europa, dai bambini e ragazzi che vivono nei cunicoli delle fogne inalando colla e contagiandosi di Aids, pestandosi, aiutandosi. Prosegue a Torino, presso l'associazione "In punta di piedi" (detta "I piedi") dove la ragazza esteuropea Aza viene accolta e poi cooptata nello staff che circonda il leader don Silvano. Di qui si snodano la seconda e terza parte del romanzo.

Che si tratti di un libro narrativamente interessante non c'è bisogno di essere critici letterari per capirlo. Scrittura sapiente, rotture linguistiche strettamente calibrate sul ritmo del racconto, caratterizzazioni affidate non a uno squadernamento dell'interiorità, ma ai gesti, alle cose piccole, ai dettagli dei corpi - chi ama sentirsi spiegare come i personaggi sono fatti dentro ha parlato di mancanza di profondità. Strano. Quando Rastello descrive i ragazzi e ragazze che si affacciano dai tombini, busto e braccia a livello della strada, pancia e gambe penzolanti nel cunicolo, apre una porta, e sta a chi legge entrarci. Immaginando, per esempio, che a quegli abitanti del sottosuolo sia concesso guardare il mondo di sopra solo mantenendosi aperta la via di fuga verso il basso.

Ma della qualità letteraria de I Buoni si è parlato poco - con l'eccezione di Goffredo Fofi e di rari altri. Nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione, il dibattito si è giocato intorno alla verità e verosimiglianza del racconto: perché il libro mette in scena il volto nascosto dell'associazione- illegalità, violenze, cinismo, lavoro in nero, scalate politiche, narcisismi, licenziamenti mascherati, uso sessuale di ragazzine affascinate dai funzionari del Bene; e perché in don Silvano sarebbe riconoscibile il massimo leader del non profit italiano.

Questione non pertinente, hanno fatto notare altri: I Buoni è un romanzo, don Silvano un mosaico di caratteri. E, soprattutto, Rastello scrive di qualcosa che va al di là della somiglianze o dissomiglianze fra personaggio e persona. Scrive dei Buoni professionali, delle contraddizioni e difficoltà connaturate alle organizzazioni di volontariato, dei diversi mondi con cui leader e attivisti devono misurarsi: assessorati, enti per la formazione, cooperative, progetti europei, media, altre onlus - nel 2011 stimate in 300.000. Il bene costa, ottenere finanziamenti diventa un lavoro e una competizione, terreni propizi per specialismi e derive gerarchiche. Sono realtà meritevoli, spesso generose e coraggiose, dice Paola Severini, già consigliera dell'Agenzia Nazionale per il terzo settore, aggiungendo però che agiscono in molti casi fra lecito e illecito, che pagano caro l'intreccio fra l'azione solidale e l'interesse per la propria sopravvivenza. E può succedere che privilegino il secondo sulla prima - il che contribuisce a sollevare critiche, a volte provenienti dall'interno stesso dell'universo non profit.

La specificità dei Piedi sono l'estensione abnorme, il numero dei mondi coinvolti- e il carisma di don Silvano, grande trascinatore che con il suo maglione logoro, l'eloquio suggestivo, una capacità sovrumana di ripetere le stesse cose, sa muoversi in ambienti eterogenei e plasmarli a sua misura. C'è il mondo dei vulnerabili, dei sofferenti, delle vittime della mafia; quello dell'apparato interno dell'associazione; quello delle istituzioni, della politica, dei media, dello spettacolo. Infine il mondo dei ricchi ben disposti, che offrono sostegno economico, organizzativo, contatti, e in cambio vivono la gratificazione del bene, a volte l'ebbrezza di partecipare in prima persona- detto senza sarcasmo: esiste una tradizione filantropica rimarchevole, che ha contribuito a diffondere fra i senza diritti la consapevolezza di averne almeno alcuni.

Il plebiscito a don Silvano nasce non solo da interessi materiali, che pure contano, o dal bisogno impellente dei più deboli, quanto da un meccanismo semplice e collaudato: nella nostra tarda modernità, dove il successo di gruppi, organizzazioni, sodalizi, si gioca sulla loro attitudine a fornire ai membri un'identità, "In punta di piedi" ne elargisce una potente e lusinghiera. I cooperanti e i volontari sono eletti a braccio operativo del bene, le istituzioni pubbliche a suoi patrocinatori, i media a sua provvidenziale cassa di risonanza, i ricchi e i famosi a suoi araldi. Il leader investe tutti e ciascuno del blasone della virtù (o della rispettabilità), ne soddisfa il desiderio di dare un senso alla propria vita, li accomuna nel suo gergo sacrificale/militaresco: sporcarsi le mani, senza se e senza ma, stare in prima fila, essere nel mirino, fedeltà, tradimento - I Buoni è anche una protesta contro il dilagare di un linguaggio che ha sequestrato parole belle come "impegno" e "condivisione".

Per vivere in questa fiera delle identità (e delle vanità), ci vuole uno speciale talento per l'ipocrisia, e Rastello è maestro nell'incenerirla a colpi di grottesco: come quando Aza suona alla porta di Andrea, amico dei tempi del sottosuale, allora volontario ora funzionario, e fra un abbraccio e un caffè si sente dire «potevi telefonare»: apoteosi di un'avarizia del cuore che non è un'esclusiva dei Buoni, ma che qui svela esemplarmente il disordine simbolico sotteso all'ordine simbiotico dell'associazione.

Infatti, se è vero che le identità sono sempre connesse a reti di relazione, quelle offerte dai Piedi si nutrono una dell'altra, si mantengono attraverso un gioco di specchi riscaldandosi al combustibile prezioso rappresentato dalle vittime. Senza le quali tutta la trama finirebbe per disfarsi.

Di recente Daniele Giglioli ha analizzato splendidamente le ambiguità connesse oggi alla figura della vittima - l'aura che irradia dall'ingiustizia subita, la patente di innocenza, e insieme lo speciale diritto che oggi viene associato all'aver sofferto, il potere simbolico (e non solo) che ne deriva. Vero.

Ma "I Piedi", mentre strappa i singoli dalla palude delle vittime rinominandoli fratelli e sorelle, mentre a modo suo si prende cura di alcuni, ne assume la rappresentanza ufficiale - diritto di parola, pressione sull'opinione pubblica, rivendicazione di aiuto, denuncia dei persecutori. In nome delle vittime, le brutture prendono la faccia accettabile dei mezzi imposti dal materialistico mondo esterno e riscattati dal fine superiore - il che dissuade dal chiedersi se un bene ottenuto a quei prezzi sia ancora desiderabile. A chi diceva che i mezzi in fin dei conti sono mezzi, Gandhi rispondeva: «i mezzi in fin dei conti sono tutto (...) Non possiamo ottenere una rosa piantando un’erbaccia nociva». Ma Gandhi aveva una profondissima spiritualità, mentre nell'associazione non se ne trova traccia, e stranamente su questo vuoto nessun recensore ha trovato da eccepire.

I Buoni costruisce con straordinaria efficacia un caso limite di Bene senza bontà - gli emuli di don Silvano sono, probabilmente e sperabilmente, pochi. Non deve invece essere raro che persone inserite nel volontariato si trovino divise fra la gioia per le buone pratiche e lo smarrimento per quelle cattive; belle persone, cui questo libro offre un ottimo punto di appoggio per contrastare la professionalizzazione autoritaria. Perché la prerogativa di elargire identità e di perpetuarle rigidamente riguarda l'intero mondo delle Onlus, che la dedizione non preserva da un rischio strutturale: istituzionalizzando la relazione di aiuto, dice Rastello in un'intervista, si istituzionalizza in parallelo la posizione di potere di chi dà e la condizione di minorità di chi riceve, e che in cambio dell'aiuto si vede confiscare la libertà. «E' anche questo paternalismo ad aver infiltrato il volontariato, la convinzione che le vittime da aiutare non hanno voce in capitolo sul proprio destino e devono soltanto ubbidire senza ribellarsi», anzi mostrandosi grati.

Diversamente, passano da protetti a traditori, a cani che mordono la mano di chi li nutre - il vizio di dare voti ai bisognosi ha una lunga storia, nel tardo medioevo si faceva distinzione fra i poveri dignitosi, che cercavano di nascondere la propria condizione, e i falsi poveri che la esibivano a scopo di lucro. Leggendo I buoni, viene la nostalgia del bene dilettante di cui la storia è costellata. Un bene quasi incidentale, che non si congela addosso a chi lo compie, che non diventa la sigla dell'identità e del suo racconto. Un bene che si fa, e poi si torna alla vita di prima. Da Fausto Ciuffi, direttore della Fondazione Villa Emma di Nonantola, dove dopo l'8 settembre '43 sono stati nascosti presso alcune famiglie un'ottantina di bambini e ragazzi ebrei prima ospitati nella villa, ho saputo che i soccorritori rievocavano quel salvataggio come fosse stato un'emergenza fra le altre- fame e bombardamenti avevano più spazio. Ho trovato lo stesso registro narrativo nei racconti dei molti e molte che hanno cercato di risparmiare il sangue durante la seconda guerra mondiale. Certo, ricordavano con soddisfazione, a chiunque piace vedere una brava persona quando si guarda allo specchio, a chiunque piace assaporare la propria porzione di gioia - il che apre uno spiraglio verso la reciprocità fra chi aiuta e chi è aiutato. Ma quella contentezza è tutt'altra cosa dall'autoinvestitura dei Buoni a custodi delle virtù civiche e morali.

Anche oggi il bene amatoriale ci rallegra. Ogni anno la Fondazione Langer assegna un premio a singoli o gruppi che hanno lavorato per difendere l'ambiente, salvare vite nelle catastrofi e nelle guerre civili, preservare il ricordo di vittime di regimi totalitari. Quest'anno si è scelta una bella Onlus, Borderline Sicilia, che opera in vari settori, dall'assistenza legale ai migranti al loro inserimento sociale, dalla loro autoorganizzazione al monitoraggio delle iniziative istituzionali, alla ricerca in tema di immigrazione.

Alcuni di noi si erano innamorati di una storia pisana: quando il 28 febbraio 2013 il governo Monti dichiara chiuso il programma “Emergenza Nord Africa”, le autorità locali sfrattano gli oltre 40 richiedenti asilo dai container del Centro di accoglienza in cui erano ospitati; via i letti, la luce, il gas, 500 euro a testa e addio. Alcuni protestano pacificamente e restano. Li sostengono gli attivisti di Africa Insieme e del Progetto Rebeldìa, arriva in appoggio un folto gruppo di studentesse e studenti pisani, e il centro di accoglienza inizia l'autogestione senza finanziamenti - esperienza probabilmente unica in Italia. Gli studenti - racconta Maria Bacchi, studiosa dell'elaborazione dei traumi legati alle guerre e ai dopoguerra- condividono in modo totalmente volontario la vita dei migranti, riempiono di fiori i container, non dimenticano l'elaborazione culturale della loro esperienza (un film, musica, un sito); giovanissimi, forse inesperti, le sembrano «piccoli maestri alla Luigi Meneghello». E' interazione, non integrazione.

Ma anche volendo, non si sarebbe potuto assegnare il premio Langer a loro. Perché il suo scopo è sostenere un'attività in corso; e quel gruppo di studenti - una volta ottenute case e borse di lavoro per i migranti, creato laboratori, orti sociali, corsi di italiano, arabo, inglese, organizzato cene, iscritto all'università un giovane - aveva valutato di aver fatto tutto quel che poteva per i richiedenti asilo e avrebbe voluto dedicarsi ad altro. Se non che, le istituzioni hanno escluso gli studenti da ogni forma di lavoro volontario con i nuovi rifugiati, temendo proprio la loro affettuosa, allegra, non controllabile capacità di relazione.

Penso che a Luca Rastello questa storia "dilettante" piacerà, salvo incollerirsi per l'ennesima dimostrazione che il Bene professionale ha il cuore morto.

p { margin-bottom: 0.25cm; direction: ltr; color: rgb(0, 0, 0); line-height: 120%; }p.western { font-family: "Verdana", sans-serif; font-size: 18pt; }p.cjk { font-family: "Cambria"; font-size: 18pt; }p.ctl { font-family: "Verdana", sans-serif; font-size: 12pt; }

pro dialog