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Anna Bravo: L'Europa e il feticismo del sangue, la lezione mancata dai Balcani

3.7.2014, eutopiamagazine

Sui siti antirazzisti italiani compare spesso la parola ‘nosismo’, che Primo Levi usava per indicare l’”egoismo esteso a chi ti è più vicino”, l’egoismo del ‘prima noi’. Levi si riferiva a un'esperienza personale, la scoperta ad Auschwitz di una minuscola quantità di acqua che aveva condiviso con l'amico più caro, escludendo un altro compagno; anni dopo se ne rammaricava ancora.

 Che quel ‘noi’ fosse minimo e inerme non lo aveva messo al riparo dal conflitto con il bisogno altrui tipico delle piccole patrie, che Levi aveva conosciuto in lager nella loro faccia vitale e mortifera: era vitale stringersi fra simili, era mortifera la trasformazione degli aggregati in clan belligeranti che vedevano in se stessi il luogo dell'umanità, negli altri il luogo della sua negazione.

 Senza azzardare analogie, il nosismo di Levi può aiutarci a capire le ‘piccole patrie’ di oggi, tante, diverse, ma con un doppio tratto in comune: da un lato la forza culturale e politica offerta dalla coesione comunitaria, dall'altro il suo scotto - il pregiudizio contro gli ‘esterni’, la subordinazione del singolo al progetto collettivo.

 I blogger riprendono il termine nosismo per stigmatizzare il ‘prima noi’ degli europei nei confronti dei migranti. Nessuno nomina il secondo aspetto, che chiama in causa la titolarità dei diritti e delle prerogative, e può pesare sui migranti stessi.

 Se un diritto viene assegnato a una comunità non è affatto scontato che si traduca in più libertà per l'individuo, anzi, può essere usato per coartarla. Se viene invece intestato all'individuo si estende automaticamente alla comunità di appartenenza – la libertà riconosciuta ai singoli vale per l'intero gruppo.

 Lo aveva splendidamente argomentato Simone Weil a proposito della libertà di pensiero e di espressione: “Presto o tardi gli individui si trovano ad essere impediti nella espressione di idee opposte a quelle del gruppo, a meno che non ne escano. Ma la rottura comporta sempre delle sofferenze (...). Una paura, persino leggera, fa sempre sì che ci si pieghi o ci si irrigidisca. (...) L’intelligenza è vinta quando l’espressione dei pensieri è preceduta, implicitamente o esplicitamente, dalla paroletta ‘noi’".

Ma nell'attuale enfasi comunitarista, chi si rifà a questa linea di pensiero può sentirsi accusare di tatcherismo; la questione tocca un tale viluppo di ideali, interessi, sentimenti, che non è facile sottrarsi alle estremizzazioni.

 Se però si parla di diritti umani, la tensione individuo/comunità si scioglie per forza propria. Sfamarsi, scaldarsi, abitare (e, sempre più spesso, avere un luogo di sepoltura che non sia il mare), sono bisogni di donne e uomini, dei loro corpi e delle loro menti. Sono anzi bisogni così basilari che definirli diritti rischia di affievolirne la perentorietà.

 L'esercizio dei diritti dipende da determinati vincoli e condizioni; non affogare, o non morire di sete, è un assoluto cui corrisponde piuttosto il concetto di obbligo, “il solo che può essere incondizionato”, e che ricade su governi, autorità, sul prossimo. Simone Weil chiedeva di porlo a fondamento della nuova Europa.

La nuova Europa se ne è ben guardata. Quando oggi si parla di sicurezza e protezione, in gran parte dei discorsi politici si intende quasi sempre la salvaguardia dei confini dall'ingresso di stranieri, che contenderebbero abusivamente spazio e risorse agli europei.

 Al polo opposto, un documento della britannica Law Society suggerisce agli operatori giuridici di cercare una certa compatibilità con la Sharia - e mette disinvoltamente fra parentesi l'obbligo di tutelare i soggetti, in questo caso le donne, da discriminazioni di natura etnico/religiosa. “Le suffragette si rivolterebbero nella tomba”, ha detto la baronessa Caroline Cox, per ricordare ai compiacenti che la libertà femminile è oggi l'architrave della nostra civiltà.

 Se è vero, come scriveva nel 1987 Mary Douglas, che le istituzioni pensano, sul tema diritti umani/questioni etniche gli organismi europei lo fanno poco e piuttosto male. L'esempio più vistoso viene dalle guerre nella ex Jugoslavia degli anni novanta, che chiamavano in causa i diritti umani (e civili, e politici) con la stessa forza con cui li solleva oggi l'emigrazione.

 Che si trattasse dei Balcani non era secondario. Già durante le crisi regionali del 1912-13, le grandi potenze si erano impegnate, più che a scongiurare una guerra nei Balcani, a evitare un conflitto paneuropeo. Scriveva Guglielmo II che "si deve stendere un cordone intorno al campo di battaglia in cui avrà luogo questo conflitto e dentro il quale deve essere delimitato”. Ai governi di allora i Balcani dovevano sembrare un po’ meno Europa del resto del continente.

Forse è stato così anche per la ex Jugoslavia, dove si è tollerato quel che nessuno immaginava di dover rivedere: campi di concentramento, massacri, stupri, morti per fame o di malattie non curate per mancanza di farmaci. È una gerarchizzazione sotterranea fra centro e periferia d'Europa che contribuisce a spiegare la lunga inerzia di fronte all'avvitamento su se stesse di tutte le parti.

E che dovrebbe far riflettere in termini di world history: di cosa si parla quando si parla di pace mondiale? Quanto c'è di pregiudizio etnico nell'interpretazione etnicista che l'Europa ha dato di conflitti dalle molte facce e componenti? O nella riluttanza di molti a prendere atto che la comunità etnico/religiosa può essere nemica dei diritti umani?

 Nel settembre ’95, fallita ogni mediazione, gli Stati Uniti autorizzati dall’Onu bombardano le batterie di cannoni appostate intorno a Sarajevo. Per mettere fine alla violazione dei diritti umani? o per mettere fine a una situazione da cui governi e diplomazie avevano distolto gli occhi quando era affrontabile con mezzi non armati, lasciandola degenerare fino a trovarsi ‘in obbligo’ di fermarla?

 Nell’autunno l’accordo di Dayton sancisce la spartizione etnica, con la Bosnia divisa in una entità serba e in una federazione croato-musulmana. È la pietra tombale sul mitizzato, ma non inventato, multiculturalismo bosniaco. Ed è una ferita all’Europa, che ha negato i principi su cui pretendeva di fondarsi.

 In quegli anni la discussione su guerre, diritti umani, ‘ingerenza umanitaria’ è stata accesa, specialmente nei movimenti pacifisti. Una parte, che si definiva ‘radicale’, insisteva sul rifiuto di qualsiasi intervento in armi – e scontava la contraddizione fra la solidarietà alle vittime e il proseguimento di quella che non era più una guerra civile, ma un massacro di inermi.

Altri erano arrivati a condividere l'idea di “una forte autorità internazionale capace di minacciare ed anche impiegare – accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia […], della integrazione economica, della informazione veritiera – la forza militare”, in un'operazione di polizia internazionale. Così scriveva Alexander Langer.

 Posizione difficile e coraggiosa, costretta com'era a scommettere sulla capacità regolatrice di organismi sovranazionali non sempre affidabili, e ad accettare il criterio secondo cui si interviene in alcune situazioni, ci si astiene nelle zone controllate da una potenza mondiale.

 Secondo i pacifisti radicali la formula ‘azione di polizia internazionale’ sarebbe un semplice maquillage della guerra. Ma anche se è difficile tracciare una precisa linea di confine tra le due opzioni, quella distinzione esiste, nelle procedure e nella sostanza. La guerra non mette limiti all'uso della forza, punta a vincere annichilendo e punendo il nemico, coinvolge i civili.

 Nell'azione coercitiva la forza deve essere proporzionata e contenuta, deve risparmiare le popolazioni, evitare lo spirito punitivo - non ultimo, richiede un diverso armamento e un diverso modello operativo.

“Nessuno pensa - scrive Luigi Ferrajoli - che per debellare la criminalità, sia pure organizzata e armata, sia lecito qualunque mezzo, la tortura, i bombardamenti delle località mafiose, la fucilazione dei sospetti; o che per fermare una rapina in banca la polizia possa intervenire con bombe e carri armati”.

 Si poteva sperare che dopo la Bosnia qualcosa cambiasse. Ma di fronte alla pulizia etnica in Kosovo l'Europa si ripete: per anni, resta sostanzialmente immobile davanti alle infinite violazioni dei diritti umani. Nel ‘99 si arriva all'intervento militare della Nato.

 In questo caso c'è un'ottusità aggiuntiva. Caso unico nei Balcani, i kosovari albanesi avevano praticato per quasi dieci anni una resistenza nonviolenta, si erano sforzati di andare oltre la questione nazionale e religiosa per concentrarsi sui diritti umani, politici e civili. Progettavano uno Stato plurietnico, in cui “ciascuno potesse integrarsi, nel posto dove stava”. Avevano inventato nuove tecniche di lotta inerme, organizzato grandi manifestazioni di alto impatto simbolico.

Ai licenziamenti di massa, all'espulsione di alunni e studenti dalle scuole, all'imposizione della lingua serba in ogni ambito pubblico, avevano risposto con la creazione di una rete di istituzioni socio-politiche distinte da quelle ufficiali, una sorta di stato parallelo.

Con il suo sistema scolastico autonomo, il Kosovo si guadagnava un posto nella luminosa genealogia degli investimenti per il futuro collettivo - dalle Katakombenschulen nel Sud Tirolo sotto dominio fascista, alle scuole ebraiche in Italia dopo le leggi razziste del ’38, a quelle clandestine nella Polonia occupata, a quelle segrete messe in piedi per le bambine afghane e pakistane a opera di altre donne.

Anno dopo anno, mentre aumentano le difficoltà materiali e pesano i limiti delle istituzioni parallele, mentre le violenze della polizia serba continuano e i kosovari si sentono invisibili al mondo, la plebiscitaria fiducia nella resistenza nonviolenta si logora.

 

Nelle sue peregrinazioni in tutta Europa, il leader nonviolento Ibrahim Rugova ha ottenuto poco: risoluzioni Onu ignorate da Milošević, una missione Osce e la fama internazionale di utopista irragionevole, che vuole conquistare l’indipendenza senza sparare un solo colpo.

 

Dopo gli accordi di Dayton, che per il Kosovo non prevedono alcuna soluzione, si affacciano i gruppi armati dell’Uçk. E l’attenzione internazionale scatta rapidamente, rivelando un desolante feticismo del sangue, che spinge ad agire solo quando lo si vede scorrere, a scegliere come interlocutore chi lo versa, a lasciar cadere chi lavora per risparmiarlo. Alle due Conferenze di Rambouillet, come leader dei kosovari albanesi viene accreditato Hashim Thaçi, uno dei capi dell'Uçk.

 A persuadere i promotori dell’intervento ha contribuito probabilmente il senso di colpa per aver lungamente tollerato l’agonia della Bosnia. Secondo alcuni, si tratterebbe addirittura di una ‘guerra umanitaria’, decisa per mettere fine alla violenza serba. O, come in Bosnia, per chiudere una situazione fuori controllo, salvando la faccia alla comunità internazionale?

Se si pensa alla facilità con cui ai conflitti sociali e politici si sovrappongono motivazioni etniche, alla difficoltà di condurre lotte nonviolente nel disinteresse del mondo, il tentativo kosovaro di de-etnicizzare le tensioni e di risparmiare il sangue avrebbe dovuto essere studiato nei dipartimenti di scienze politiche.

 Perché, pur con i suoi errori e illusioni, quella resistenza rappresentava la sola alternativa in atto ai massacri reciproci, Rugova era l'unico leader a insegnare che l’amore per il proprio paese non si misura sull’odio per l'avversario; che “per smontare i meccanismi del nazionalismo di Belgrado bisognava assolutamente criticare il nazionalismo albanese”.

Ma oggi chi ricorda il Kosovo? Persino Tzvetan Todorov si limita a nominare (in tre righe) l’esistenza di una ‘componente moderata e nonviolenta’.

 Quel vuoto di pensiero è stato esiziale per altre popolazioni. Anche se lo stato della relazioni internazionali è ancora confuso, con una quantità di nuovi attori imprevisti e imprevedibili, resta il fatto che nella fase delle lotte pacifiche in Egitto, Siria, inizialmente in Ucraina, la comunità internazionale si è limitata al rammarico e all'esortazione.

Fortunatamente, nessuno o quasi era così folle da iniziare una guerra. Ma va riconosciuto che gli strumenti “ben più importanti” di cui parlava Langer - diplomazia, integrazione economica, sanzioni, informazione veritiera - sono stati attivati solo dopo lo spargimento di sangue.

 Letture consigliate:

Levi, Primo, I sommersi e i salvati, in Levi, Primo, Opere, a cuira di Marco Belpoliti (Torino, Einaudi 1997)

 

Langer, Alexander, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995 (Palermo, Sellerio 1996)

 Clark, Howard, Civil Resistance in Kosovo (Londra, Pluto Press 2000)

 Todorov, Tzvetan, Memoria del male, tentazione del bene (Milano, Garzanti 2001)

 

http://eutopiamagazine.eu/it/anna-bravo/speakers-corner/leuropa-e-il-feticismo-del-sangue-la-lezione-mancata-dai-balcani

 

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